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Gordon Bloom
Il costruttore di aquiloni Romanzo

Il contesto
Un romanzo storico che dipinge un’affascinante Venezia del Cinquecento, tra Carnevale e intrighi e efferati omicidi. Il mistero della pietra filosofale e gli interessi economici, l’avidità, la politica ambigua e spregiudicata del Doge da una parte e delle nemiche potenze europee e orientali dall’altra. Interessante il contesto storico del Cinquecento, un periodo in cui è impossibile delimitare una disciplina scientifica dall’altra, un’epoca in cui un filo rosso unisce il complesso delle scienze da un lato e la riflessione speculativa e magico-astrologica dall’altro. Magia e medicina, alchimia e scienze naturali e addirittura astrologia e astronomia operano in una sorta di simbiosi, legate le une alle altre in modo spesso inestricabile. E sono gli ingredienti di questo romanzo avvincente.


Sinossi
Venezia 1538, i tranquilli e prosperi commerci di Benedetto Vendramin sono sconvolti dall’omicidio del garzone della sua bottega: il giovane è stato mandato a consegnare un libro a frate Erasmo dell’Abbazia San Gregorio. Il volume effettivamente giunge a destinazione ma privo dell’appendice, e il garzone viene trovato morto l’indomani, strozzato con il filo del suo aquilone. Frate Erasmo sfoglia il testo, il De Nimbo, ed è una folgorazione, una seduzione che il povero religioso teme sia opera del demonio. Le immagini che raffigurano le nuvole, i venti e la volta celeste sembrano muoversi, animarsi, diventare concreta rappresentazione delle teorie spiegate. Per Erasmo non v’è dub bio, il libro va consegnato nelle mani del consigliere vicario della Santa Inquisizione: per farlo, deve mettersi in viaggio, destinazione il monastero di San Luca in Ombriano. Nel frattempo un ricco mercante, un grande mecenate di Venezia, è sulle tracce del De Nimbo: egli ne conosce la storia, ovvero le vicende che riguardano la fuga del suo autore, un grande alchimista, dalla corte del Sultano e ha la certezza che il libro occulti la formula della pietra filosofale e che quindi si debba assolutamente evitare che cada nelle mani dei veneziani, nemici del Sultano, di cui lui è al servizio. Sua Grazia, come viene chiamato il mecenate, scatena la caccia al De Nimbo. In questa caccia al tesoro si inserirà Martino, un muto trovatello allevato in un abbazia dalle parti di Crema dove il libro è rimasto custodito prima di essere rubato dagli emissari di Sua Grazia. A Venezia si riunisco- no le vicende degli uomini che si sono trovati in possesso del De Nimbo
vita. Bendramin ha trovato nella sua bottega l’appendice strappata e crede di leggervi la formula della pietra filosofale che interpreta come il mezzo per trasmutare i metalli in oro: le sue furiose ricerche e gli esperimenti saranno notati dal mecenate che commissiona il suo omicidio. Martino, che nel frattempo era stato venduto come garzone proprio a Bendramin, alla morte del padrone prosegue gli esperimenti e si spinge ben oltre i risultati ottenuti dal vecchio commerciante. Sarà accusato dall’Inquisizione e incarcerato, ma proprio nelle prigioni avrà inizio la sua rigenerazione;
Martino è capace di interpretare e vivere la formula del De Nimbo capace di conquistare l’onniscienza e una percezione nitida e purissima del mondo.
Per un intricato intrecciarsi di coincidenze e per un gioco delle maschere che è anche una sorta di commedia degli equivoci verrà durante il Carnevale di Venezia Sua Grazia muore e Martino recupera, il De Nimbo.
Il libro insieme all’Appendice che il giovane aveva scovato da Bendramin portano il giovane a spe- rimentare gli effetti della Formula d’Oriente, egli si trova ad essere incarnazione dell’idea che sta alla base del libro, usa la formula per forgiare il più grande e perfetto aquilone, una nave che della sua vela sembra fare “ali al folle volo”. È una visione che incanta tutta Venezia, il popolo alza gli occhi e vede Martino che veleggia nell’aria e nel vento, verso il silenzio, luogo ideale per chi odia le parole ingannevoli e aspira alla pura forma, all’idea.

Punti di forza
Punti di forza sono i personaggi e gli ambienti: Erasmo, Martino, monache e frati, il Doge e sua figlia, il ricco mercante al servizio del Sultano, Bendramin, e molti altri si presentano al lettore in tutta la loro fisicità e il loro carattere, persone a tutto tondo di cui si seguono con partecipazione l’evoluzione, le ambiguità, le debolezze. A tutti è riservata una buona dose di indulgenza perché questo è un romanzo che non ospita rappresentazioni individuali della stupidità umana, semmai quanto di meschino e basso c’è nel mondo è lasciato al collettivo, alla folla, alla massa, alle voci rumorose del Carnevale. Gli individui sopracitati sono, dai più fragili ai più raffinati, spinti da desideri intellettuali o materiali, sono menti complesse da esplorare, sufficientemente perspicaci da cedere alla seduzione del Segreto dei Segreti.
Il monastero di Bozzolo nella prima parte (e le monache indaffarate nei lavori domestici, in cuci- na, nell’orto, in biblioteca, un bellissimo siparietto tra due monache lesbiche) e Venezia nella seconda parte (le botteghe, il mercato, l’arsenale, i palazzi e la folle confusione del Carnevale) sono lo sfondo intrigante che ritma gli snodi della vicenda.

 


 

 

 

Silvano Scaruffi

Un problema di creature mannare a Ligonchio

 

– Ben Raspein… perché quello strano nome? – È il nome di una testa chiusa in un garage.
– Una testa? – Già.
– E il resto del corpo?
Si avviò ridendo lungo il ponte e sparì nella notte.
Rimasi lì come un idiota, come quella testa chiusa in un garage, gli occhi dilatati e la bocca semiaperta in un ghigno sorpreso.
Ben Raspein è il mio nome, cucito addosso come un perfetto abito, sopravvissuto ad un paio di gelide invernate, nelle quali hanno perso la vita tre vecchi montanari, un alluvione ha sconvolto il paese, il mio cuore si è fatto gelido poi
riscaldato di nuovo, il sangue di un ragazzo mi ha imbrattato le mani, la strana storia della vita di un guardiadiga mi ha portato fin qua, consapevole, su questo ponte a stravento.


Un problema di creature mannare a Ligonchio è l’ultimo, ambizioso libro di Silvano Scaruffi, già autore di vari racconti e romanzi.
A Ligonchio, piccolo paese abbarbicato sull’Appennino tosco-emiliano, accadono cose strane: gli animali congelano inspiegabilmente nei boschi, una gattara scatena una crociata contro tre vecchi montanari instupiditi, che a loro volta vogliono conquistare un comune della Garfagnana, la diga sta per cedere a causa delle piogge troppo abbondanti, Mr. Pennsylvania cerca in ogni modo di organizzare l’ammucchiata perfetta e il giovane Ben Raspein tenta di riconquistare l’ex fidanzata scatenando una rissa apocalittica all’aeroporto, prima che lei si imbarchi per un volo che la porterà per sempre in America.
Un romanzo corale e sinfonico dal ritmo veloce, quasi cinematografico, in cui personaggi stranian- ti e assurdi agiscono in un microcosmo che fa venire in mente i film di Tarantino o Inarritu. E invece siamo pur sempre sull’Appennino, dove luoghi e persone sono tuttora depositari delle storie pro- venienti da un passato più o meno remoto (il retaggio medievale, le lotte partigiane…) e dove la potenza ancestrale della natura sovrasta i destini degli uomini. Un’alchimia perfettamente riuscita grazie a una scrittura originale e dalla cifra inconfondibile.

 


 

Camilla Corsellini
La materia di cui siamo fatti

Racconti


Chi dice “Io” nei racconti di Camilla Corsellini non ha quasi mai un nome o un volto eppure il letto- re non tarda a riconoscere se stesso in questi personaggi, colti sempre nel momento in cui la realtà che li circonda, silenziosamente, si incrina o si inceppa.
Una piega impercettibile nel tessuto delle cose, delle relazioni familiari, della giornata che si trasforma in rivelazione grazie a una scrittura capace di inseguire il tempo nel suo oscillare capriccioso: la morte di un padre che irrompe nel bel mezzo del racconto di una cena di famiglia avvenuta tempo addietro; l’istante che si dilata quando il bambino scopre che non è più tale; il tempo che si riavvolge su se stesso quando un uomo affetto da demenza senile pronuncia il nome della moglie come se non l’avesse mai conosciuta e non avesse condiviso con lei la propria vita; la chiaroveggenza di uno sguardo che negli adulti riconosce dei Posti dove nascondersi per i bambini che essi sono stati.
Una scrittura capace di costruire una sorta di ragnatela silenziosa in cui la realtà rimane impigliata ed è costretta a mostrarsi, mai un aggettivo di troppo o una frase in cui il ritmo non aderisca perfettamente alla scena narrata.

L’autrice ha il dono di saperci parlare di morte, malattia, rapporti familiari che si deteriorano o si rivelano fallaci, senza quasi mai nominarli o evocarli in modo retorico e banale: se con i personaggi ha lavorato “in levare” travasando, per così dire, la loro vita nel fluire del loro pensiero e della loro voce interiore, ha reso invece palpitante e sensibile il mondo degli oggetti. Nel racconto Demolizioni è la casa della protagonista a patire (“Una creatura di acqua e sabbia che si dibatte per uscire da una trappola e cerca una via di uscita da noi”) e pagare per un lutto? un abbandono? una separazione? Mentre nel bellissimo La materia di cui siamo fatti un televisore sempre acce- so sembra accompagnare la bambina verso l’elaborazione del lutto per la morte del padre: le immagini del piccolo Alfredino caduto nel pozzo hanno già preparato la bambina a quell’oscurità da cui si risale solo “neri di terra, una terra più scura del normale che lasciava fuori solo gli occhi”.

 

 


 

 

 

 Giuseppe Pantò, Chaturanga
500 cartelle


CHATURANGA, LA GUERRA DEI RE è un’avvincente commistione di romanzo storico, giallo storico e fantasy dove la ricerca del Chaturanga, della scacchiera magica, assume i contorni della ricerca del Sacro Graal, affondando le radici tra mito e leggenda e connotandosi in chiave moderna nella
Palermo del Settecento.
India, VI secolo: nella Piana di Dacsina, Iadava, re e signore di Taligana vince una battaglia epica e perde il figlio durante gli scontri. La vittoria è una magra consolazione; il re affranto si chiude in un cupo dolore e ogni giorno va a pregare al tempio di Visnu. Proprio qui incontrerà il brahmino Lahur Sessa che, raccontandogli la profezia della scacchiera magica che moltiplica oro, cambierà il corso della sua vita e di tutti quanti, nei secoli a venire, si cimenteranno nella ricerca dell’oggetto fatale. Lahur Sessa è l’inventore della prima tavola degli scacchi e su di essa gioca con re Iadava una partita che riproduce la battaglia della piana di Dacsina. Al termine della partita il brahmino scompare nel nulla con la sua scacchiera, provocando per la prima volta nella storia una vera e propria caccia al tesoro, che non dà frutti e lascia dietro di sé una scia di sangue, frustrazioni, rancori e disillusioni.
L’autore immagina che di questa preziosa tavola intarsiata non se ne parli più fino all’anno del signore 1713, all’indomani della guerra di Successione spagnola che era divampata in lungo e in largo per tutta l’Europa. Dopo la pace di Utrecht il re di Spagna, Filippo V, cede a Vittorio Amedeo
di Savoia il regno di Sicilia.
Nel fermento che segue a questo cambiamento, per un caso del destino, un palermitano si ritrova sulle tracce dell’antica scacchiera: si scatena una lotta tra due casati, quello del marchese di Serravalle Rodolfo Buxello e quello del principe della Grottiera Diego Alagni D’Aragona, per la
conquista del tesoro, della scacchiera del Chaturanga.
Sapientemente l’autore dosa gli indizi, le mosse, le piste false dei membri e degli amici delle due famiglie a capitoli alterni, tanto che il lettore si accorge gradualmente e in un crescendo di curiosità e aspettativa che si vanno formando due schieramenti in campo, come gli eserciti di una battaglia,
come le pedine bianche e nere di una scacchiera.
Complesse e affascinanti sono le piste che seguono le due squadre. Inizialmente nella città di Palermo, poi a Cefalù e nella campagna siciliana. A un certo punto, ed è un tassello decisivo, in Vaticano, emergono le fondamentali indicazioni lasciate due secoli prima da Leonardo Da Vinci e i versi di un libro sugli scacchi dell’arcivescovo cremonese Vida, imprimendo un’accelerazione nella catena di deduzioni che i partecipanti alla fatale caccia al tesoro devono saper trarre.
Alla fine il vantaggio è dei neri, per primo Rodolfo Buxello individua il luogo in cui deve essere sepolta la tavola intarsiata, ma l’ombra del cavaliere Alagni D’Aragona sembra impedirgli di arrivare a completare il suo sogno. Ne nasce uno scontro a fuoco e il colpo di scena finale riconsegna al lettore sicuramente un motivo di riflessione e forse anche un indizio per una nuova ricerca.
Una storia avvincente sorretta da una sintassi semplice perché volutamente concisa e scattante, mai banale perché giocata su un’aggettivazione attenta che descrive, definisce e giudica allo stesso tempo.
Le mosse del Chaturanga sono le mosse di una guerra infinita, la metafora della vita stessa, forse gli eserciti schierati non riusciranno a conquistare il tesoro tanto agognato ma l’ultima mossa donerà loro una consapevolezza che vale la vita intera.

 

 


 

 

 

I segreti di Insteril è il romanzo d’esordio di una nuova autrice fantasy italiana. Annamaria Farina ci introduce nel mondo dei Cinque Regni in cui la pace è garantita dal rispetto delle regole stabilite dal Consiglio delle Razze. Ma qualcuno sta tramando per sovvertire l’ordine e lo scontro epocale tra fobrenst (creature proteiformi), nani, elfi, gnomi e uomini sarà inevitabile…
Un fantasy che usa sapientemente i suoi modelli. Davvero notevole la capacità ideativa e progettuale, la fisicità dei mondi marini e terreni descritti, tanto che il lettore si immagina e costruisce una mappa mentale degli arcipelaghi, dei mari e delle terre attraversate dai protagonisti.
L’autrice sceglie consapevolmente di ritrarre i suoi eroi a tutto tondo: crisi, debolezze e indugi compresi. Il coraggio scaturisce da una predestinazione e da una superiorità che si costruiscono strada facendo, cosa che lascia meno spazio all’enfasi dell’“eroe ideale” e presenta come attori di svolte epiche “eroi per caso”, creature che conoscono e seguono le direttrici di un viaggio-formazione che porta a una destinazione che è anche un appuntamento con il proprio destino.

La trama
Dopo la Grande Guerra, Il Consiglio delle Razze ha definito regole e codici di comportamento tra gli abitanti dei Regni: i fobrenst, i nani, gli uomini, gli elfi e gli gnomi.
Syra è una fobrenst che vive con la famiglia a Par, capitale di Lycon, regno dei fobrenst, e dà una mano allo zio nel molo di famiglia. Da tempo i fobrenst controllano tutte le rotte e quindi tutti i commerci marittimi sfruttando la loro natura di tritoni e quindi la capacità di nuotare come pesci. Loro compito è guidare le imbarcazioni lontano dai pericoli dei fondali marini, sempre più popolati da mostri, scortandole attraverso la barriera rocciosa che circonda l’isola dei fobrenst.
Una sera, Syra viene rapita da alcuni gendarmi, portata in una prigione e accusata di aver ucciso una guardia umana con un coltello insanguinato trovato nel suo zaino. Si tratta evidentemente di un complotto. Secondo i militari umani che l’accusano la ragazza deve essere trasferita nelle prigioni di Insteril da dove nessuno è mai tornato.
A questo punto la vicenda, che sin qui seguiva le peripezie della protagonista e di chi era coinvolto perché amico, parente o compagno di viaggio, si articola in diverse direzioni che verranno seguite a capitoli alterni.

La struttura è ben congeniata; ci sono ormai vari misteri da risolvere: perché l’ordine nei mari è sconvolto? Perché Syra è stata catturata e dove sarà portata? Perché, come si viene a sapere, a molti fobrenst e elfi è capitata la stessa sorte negli ultimi tempi? Due eserciti di elfi guidati da due diversi capitani (uno dei quali coinvolto nella fuga di Syra dalla prigione di Cruzel), un esercito di nani aiutati da troll e una spedizione di fobrenst giungeranno per vie diverse e dopo mille peripezie di fronte a Insteril per scoprire il mistero che si cela dentro la prigione. Dall’altra parte, a difendere Insteril e i suoi orrori, ci sono l’esercito degli umani alleati con gli gnomi. Lo scontro è epico e il lettore è condotto alla fine del libro con un dosaggio sapiente di climax e tensione.


La visione politica che soggiace a tutta la trama non è nuova; tuttavia originale e densa di senso la decisione di attribuire alla razza umana la crudeltà degli esperimenti sulle altre razze, le deportazioni e la volontà di costruire un superuomo, sottraendo alle creature dei regni non umani la capacità di compiere magie. Capacità di cui elfi e fobrenst sapevano non abusare in nome dell’equilibrio tra i Cinque Regni. La tensione narrativa decolla dalla cattura di Syra in poi, nei primi capitoli il lettore deve ambientarsi nel mondo in cui è introdotto dal punto di vista di una fobrenst e quindi dalla parte del regno di Lycon; Qui l’intelligenza ideativa dell’autrice consiste nel proiettare chi legge in medias res nella vita del molo, tra gli arrivi e le partenze delle navi, inducendo all’immedesimazione con una razza diversa da quella umana e di cui non viene spiegato tutto subito, che suonerebbe come una noiosa digressione introduttiva, ma man mano che le cose avvengono e la catena di cause effetti compatta tutti i tasselli. Un certo disorientamento iniziale è funzionale a creare quel tanto di aspettativa che poi si trasforma in tensione a capire il mistero e dove portino tutte le direttrici dei vari eserciti in marcia.
I misteri di Insteril sono il degno romanzo d’esordio di una nuova scrittrice fantasy.



 

 

Fabio Mossali
L’età dello spirito
Pagine 164 dattiloscritte


“L’età dello spirito. L’irrompere di una nuova era, il crollo di frontiere ritenute sinora invalicabili, l’affermarsi di una concezione di viaggio rivoluzionaria: la nuova generazione delle avventure emozionali. Dimenticate ciò che avete provato, tutto ciò che vi hanno raccontato. È il primo decisivo passo in un mondo inesplorato, fra reale e irreale, passato e presente, e infiniti possibili futuri.
È il ritorno alle origini, alla culla della civiltà, dove inizio e fine coincidono, dove nuovi inizi prendono corso. Un viaggio dai confini incerti, lungo la sottile linea che separa storia e leggenda, sulle tracce dei più remoti miti, di misteri ancora sepolti. Un viaggio indimenticabile di crescita interiore fra paesaggi straordinari, popoli arcaici, eterne sapienze, per scoprirsi meta di quel percorso ardito.
Un’esperienza determinante, ma solo per chi è disposto a correre il rischio. Saprai osare?” La pubblicità di questa innovativa tipologia di viaggio irrompe nella vita di tre personaggi alquanto diversi tra loro: una spregiudicata consulente fiscale, un noto chirurgo omosessuale e un giovane prete messo in crisi dal suicidio di un altro sacerdote. I tre tuttavia sono accomunati dal fatto di abitare a Bergamo e di sentirsi pronti – per motivi diversi – a cedere alla “tentazione” di questo viaggio intrigante. La destinazione e la sistemazione sono segrete, di certo ci sono solo il giorno e il luogo della partenza nonché la promessa di provare emozioni sconvolgenti sulle tracce di un’importantissima quanto misteriosa scoperta archeologica.
I tre protagonisti, accompagnati da un’improbabile guida turistica, si ritroveranno in Iraq, in una zona ad altissimo rischio a causa delle ripercussioni della seconda guerra del Golfo, sballottati tra la villa di un ricco e raffinato imprenditore bergamasco e lo studio fatiscente di un colto e scettico archeologo, solcando le piste del deserto iracheno a bordo di una jeep sgangherata in quella che si rivelerà essere una notte lunghissima e decisiva.

L’età dello spirito è un romanzo che si legge tutto d’un fiato. Innanzitutto, la vicenda è costruita con grande maestria in modo che anche il lettore si trovi catapultato nell’avventura del viaggio senza poter prevedere che cosa lo attende alla pagina successiva. Poi, l’ironia dell’autore, mai scontata e sempre perfettamente dosata, accarezza tutti i suoi personaggi (sì, perché di carezza si tratta, dal momento che questo sguardo ironico è comunque benevolo e ci fa sentire empaticamente vicini i protagonisti con tutti i loro tic e le loro debolezze).
Ma definire L’età dello spirito un romanzo comico sarebbe riduttivo, perché l’autore domina perfettamente anche un registro più drammatico e patetico, attraverso una lingua colta, che “tradisce” le sue frequentazioni con gli scrittori classici, ma è al tempo stesso originale e viva. Notevole la capacità di descrivere in modo vivido personaggi e scene, grazie a una penna che è a suo agio sia alle prese con il bozzetto fulminante che nella costruzione più complessa dell’indole dei personaggi maggiori.
Per concludere, vorremmo sottolineare un altro pregio di questo romanzo: in esso il lettore saprà trovare una rappresentazione originale e sfaccettata di una provincia italiana ancora poco frequentata dalla letteratura contemporanea, ma anche uno stimolo a riflettere su tematiche che invece hanno un respiro più ampio: in una società in cui si vendono esperienze fino a dove può spingersi una proposta turistica? Quale malessere profondo ci spinge a compiere viaggi sempre più estremi in territori nei quali il nostro stile di vita viene messo decisamente in discussione?
 

 



 
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